http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=21299Né destra, né sinistra. Intervista a Franco Cardini1. Professor Cardini, qual è la sua opinione sul conflitto russo-georgiano?
Da ormai molto tempo il governo georgiano aveva fatto la sua scelta: schierarsi con l’ “Occidente”, accedere all’Unione Europea e insieme (un’ “accoppiata” ormai considerata come naturale e necessaria, e che a me sembra demenziale) alla NATO. Non desidero entrare sulle ragioni dell’antichissimo rancore dei georgiani nei confronti della Russia zarista, dell’Unione Sovietica e della Russia egemone della CSI. Molte di tali ragioni sono ineccepibili, qualcuna sacrosanta. Ma è non meno indubbio che da oltre un secolo Russia e Georgia sono straordinariamente legate tra loro, oltre a connessioni storico-antropologiche ancora più antiche. Come non c’è dubbio che i migliori cespiti economici georgiani (il vino, i prodotti agricoli, il turismo balneare sul Mar Nero, quello invernale in Caucaso) avevano nel mondo russo il principale referente e il cliente privilegiato. D’altro canto, non meno importante era e resta la questione dei confini e della loro reciproca sicurezza, così come quella delle minoranze dell’area caucasica. La Russia è stata costretta a difendersi da una preoccupante strategia d’accerchiamento: la NATO (quindi gli USA) hanno piazzato dappertutto sui confini russi missili a testata atomica, dalla Polonia alla Bulgaria alla Romania alla Georgia stessa. Una provocazione intollerabile: in termini diplomatici “tradizionali”, un casus belli.
2. Secondo lei l’atteggiamento dell’Unione Europea nei confronti della Russia è stato equilibrato?
Una battuta, per cominciare. Qualche mese fa, in occasione della crisi kossovara, i governi europei e soprattutto la stragrande maggioranza dei mass media dei nostri paesi, con qualche sfumatura, non ebbero pudore ad abbracciare immediatamente la causa dell’indipendenza degli albanesi-kossovari dalla Serbia-Yugoslavia. Ma la situazione del Kosovo albanese era ed è del tutto parallela e speculare rispetto a quella dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud. Con quale spudoratezza, ora, si abbraccia con altrettanta sicurezza la causa del microimperialismo etnico georgiano? Perché quel ch’era pochi mesi valido, a nostro avviso, per i kossovari albanesi non deve esserlo, ora, per abkhazi e osseto-meridionali?
Ma la spiegazione di queste miserie logiche sta purtroppo nella politica. Come Lei sa, non esiste l’Europa: esiste l’Eurolandia, la Terra dell’Euro governata da organizzazioni come la Banca Centrale Europea, delle quali gli organi politici (Consiglio d’Europa, Commissione Europea, parlamento Europeo ecc.), tutti in ambiguo rapporto con i vari governi nazionali europei che non hanno mai voluto rinunziare a una parte della loro sovranità per costituire una Federazione o una Confederazione vera e propria, sono poco più che dei “comitati d’affari”. L’Unione Europea non ha né una politica estera, né una forza militare comune: ha quindi risposto alla recente crisi caucasica come negli Anni Novanta aveva risposto a quella balcanica e pochi mesi or sono a quella kossovara. Cioè malissimo, prendendo sostanzialmente ordini dagli Stati Uniti tramite la NATO. Il che non è strano, considerato che l’Europa è occupata e controllata da un esercito straniero e gode pertanto di sovranità limitata (oltre 100 basi militari statunitensi o NATO nella sola Italia: concorriamo alle loro spese di mantenimento, ma non le controlliamo).
Quella europea è stata comunque una politica forse obbligata, comunque sconsiderata, radice della quale è il pregiudizio che l’Europa debba schierarsi sempre e comunque con “l’Occidente” contro la Russia. In realtà, l’Europa avrebbe semmai molti e validissimi motivi politici, storici, culturali, economici e produttivi (e penso anche al petrolio e al metano) per stabilire stretti rapporti proprio con la Russia.
3. A suo avviso il conflitto tra Russia e Georgia potrebbe essere la scusa che l’amministrazione Bush cercava per bombardare l’Iran?
Rovescerei la domanda: non credo ci sia dubbio che la sconsiderata politica di Bush e dei suoi satelliti, l’accerchiamento della Russia, serva al tempo stesso a piazzare basi che al momento opportuno potrebbero colpire lo stesso Iran. Quelle georgiane erano, a quanto sembra essere emerso anche da rapporti di osservatori internazionali, appunto deputate anche a questo ruolo. Una politica aggressiva che lascia interdetti per spregiudicatezza, imprudenza e prepotenza.
4. Passando a tutt’altro argomento, Professor Cardini, lei in gioventù è stato iscritto al Movimento Sociale Italiano e poi alla Giovane Europa, il movimento transnazionale di estrema destra fondato da Jean Thiriart. Al giorno d’oggi si sente ancora un uomo di “destra”?
E’ sempre stato difficile, ma ormai è impossibile definire sul serio che cosa siano la “destra” e la “sinistra”. Aveva ragione Giorgio Gaber.
Comunque, per quanto riguarda certe mie opzioni, specie in politica socioeconomica, a parte l’essere di destra o di sinistra, io mi sono sempre sentito, e da parecchi anni, piuttosto di stare a sinistra; e mi succedeva del resto già quando ero un giovane missino. Eppure, non mi sono mai granché inalberato quando mi definivano “di destra”, e mi succede ancora di tollerarlo, magari replicando con qualche distinzione a mio avviso legittima.
Cercherò di spiegarmi. “Destra” e “sinistra” hanno una lunga e complessa storia, dalla fine del XVIII secolo ad oggi: e che la destra valuti soprattutto la “persona” laddove la sinistra privilegia “l’individuo” e “le masse”, che la destra sia per la “comun ità” e la sinistra invece per la “società” (la famosa dicotomia di Tönnies), che la destra privilegi la “libertà” e la sinistra “l’eguaglianza” ( o quanto meno la “giustizia”), che la destra sia per il radicamento e la nazione e la sinistra per il cosmopolitismo e l’internazionalismo, che la destra sia “conservatrice” e la sinistra “progressista”, sono coppie d’opposti tutte plausibili ma in fondo lasciano il tempo che trovano: e, nel concreto processo storico, vengono sovente disattese e contraddette. Era di sinistra Guevara, e magari perfino Stalin? Era di destra Peron, e magari perfino Mussolini? Allora, Tanto vale tornare al cane che è di destra e il gatto di sinistra, al bagno in vasca che è di destra e la doccia di sinistra.
Quanto a me, per dire la verità, io mi sono sentito sempre “di destra” esclusivamente nel senso che mi ha insegnato tra 1958 - quando l’ho conosciuto – e 1966 - quando la tubercolosi contratta in guerra l’ha portato via -, uno dei miei più cari Maestri, Attilio Mordini, studioso tradizionalista, cattolico e terziario francescano. Per Mordini, essere “di destra” aveva un senso metafisico, metastorico e metapolitico: significava, per ogni uomo, ancorarsi alla propria Tradizione, le scaturigini della quale sono sempre divine. Mordini, filologo e filosofo del linguaggio, insegnava che le lingue hanno origini non “naturali” e “umane”, bensì metafisiche e sacrali; e che ogni Tradizione è sacra e ogni popolo, ogni gruppo umano storicamente qualificato deve tenersi fedele alla propria. Le Tradizioni dialogano senza dubbio, e sono portatrici tutte di una Verità analoga, anzi omogenea. Ma non spetta agli uomini trovare la chiave di questa analogia, di questa omogeneità: per quanto non sia illecito cercarla con gli strumenti del sapere gnostico o di quello mistico. La Tradizioni, tutte collegate tra loro, non comunicano orizzontalmente tra loro, bensì verticalmente, in Dio. Era lo stesso insegnamento di Nicola Cusano. Nella tradizione occidentale, la fedeltà alla Tradizione si traduceva, storicamente, nella fedeltà ai valori cristiani, gerarchici e solidaristici dell’Europa prerivoluzionaria: quindi nell’opposizione rispetto ai due massimi nemici di essa, l’individualismo e il culto del danaro per il danaro, del progresso per il progresso. Il punto è che, sul piano storico, almeno dalla metà dell’Ottocento la “destra” si è sviluppata, come “luogo” d’una tendenza politica, proprio come vocazione all’individualismo, alla produzione e gestione della ricchezza, alla venerazione del progresso: danaro e progresso sentiti non già come mezzo bensì come fine, ma un fine che per sua natura escludeva qualunque altri fini e non fissava neppure un termine per se stesso. Individualismo e meccanismo produzione-profitto-consumo come mète costanti ma inesauribili del genere umano. Rispetto a questa “destra” liberale, liberista, progressista, materialista (anche se cristiana sotto il profilo formale), la Destra tradizionalista non può che sentirsi agli antipodi: anzi, sovente molto più vicino ad alcune aree della sinistra, le quali propongono obiettivi almeno in superficie e in apparenza più vicini a lei, quali il rispetto delle culture folkloriche, il solidarismo, la giustizia sociale. Il Cristo Re della Destra e il “Cristo socialista” di certe aree della sinistra si somigliano tra loro almeno quanto consenta ad entrambi di riconoscersi nella lotta contro l’Anticristo turbocapitalista; e se l’Anticristo turbocapitalista affascina alcune Chiese cristiane storiche, tanto peggio per quelle Chiese. Vi sono poi idee come quella di “Nazione”, nata alla fine del Settecento “a sinistra” (per fronteggiare il Trono e l’Altare) e finite “a destra”, ma in un tipo di “destra” che, dall’esperienza bonapartista al saintsimonismo al socialismo utopistico (soprattutto Sorel) al sindacalismo rivoluzionario, è sempre stata permeata di valori sociali. Il fascismo, per esempio, è nato da questi valori, anche se essi forse non si sarebbero mai “innescati” nella storia senza la tragedia della falsa e ingiusta pace di Versailles del 1918.
Quanto a me, ogni uomo ha la sua storia. Sono arrivato al MSI in calzoni corti, tredicenne, nel 1953: erano i tempi di Trieste italiana; poi ci sono rimasto a causa del 1956 e della sollevazione ungherese. La mia educazione cattolica e l’amicizia stretta con il gruppo di Attilio Mordini mi hanno subito vaccinato da liberismo, nazionalismo e giacobinismo, i pericoli della pur schizofrenica destra neofascista missina; l’antisemitismo, eredità ambigua e rivoltante dell’ultimo fascismo, mi è sempre stato estraneo e l’ho sempre avvertito come repellente (anche quando, prima dell’affare Eichmann, in realtà se ne parlava pochissimo), grazie soprattutto sia appunto alla mia educazione cattolica, sia al magistero di Attilio Mordini che aveva intrapreso con grande ammirazione lo studio della Kabbalà, era membro di un’associazione fiorentina d’amicizia cristiano-ebraica e profondamente radicato nella rivendicazione dell’eredità ebraica come seme fecondo del cristianesimo. Semmai, dell’esperienza fascista m’interessavano le “fronde”, che sovente avevano inclinato verso simpatie socialiste, anarchiche o addirittura comuniste; penso soprattutto all’esperienza di Berto Ricci e a quello che uno studioso contemporaneo ha definito il suo “fascismo impossibile” (a mia volta, ho preferito chiamare quella mia esperienza adolescenziale un “fascismo immaginario”). Condividevo questi gusti e queste tendenze con un piccolo gruppo di amici. A questo ambiente di margine, ma culturalmente vivo e fecondo, debbo ovviamente l’uscita nel 1965 dal MSI e l’incontro – nell’ambito del gruppo europeista di Jean Thiriart – con la complessa e contraddittoria produzione intellettuale dei “fascisti” francesi, “fascisti” senza dubbio alquanto a modo loro e in molti modi tra loro differenti e opposti; e, tra tutte quelle forme, la più vicina e congeniale alla mia formazione fu il “socialismo fascista” ed europeista di Pierre Drieu la Rochelle. Ho ormai superato da oltre un quarantennio queste forme d’ispirazione e di sollecitazione, ma riconosco che ad esse debbo ancora molto: anzitutto il mio radicale, incrollabile, rigoroso europeismo. E’ ovvio che questa Unione Europea, burocraticamente oppressiva e politicamente inesistente, non mi piaccia: ma a contribuire alla costruzione di un’autentica Patria Europea non rinunzierò mai.
5. Lei si ritiene anticapitalista?
Ho già risposto implicitamente poco fa. Sono decisamente solidarista e apprezzo la dottrina sociale della Chiesa; se non sapessi che il socialismo è in realtà qualcosa di molto di più e di molto diverso rispetto a una semplice teoria socioeconomica, non esiterei a definirmi socialista. Ciò dichiarato, debbo tuttavia aggiungere che come forma storico-sociale il capitalismo, quando e nella misura in cui accetta di farsi “civico” (secondo del resto la “classica” indicazione di John StuartMill), può convivere e collaborare ad esempio con lo “stato sociale”, dimensione politica e istituzionale che una seria e sana destra politica dovrebbe difendere strenuamente, come sua ultima vera ridotta, contro l’offensiva delle lobbies multinazionali senza volto, senza patria e senz’altro scopo che non sia il profitto. Mi sembra invece che la stessa sinistra stia abbandonando questo spalto, correndo dietro ancora una volta – è fenomeno frequente negli ultimi anni – alla destra nella politica delle “privatizzazioni”, della quale in genere diffido e che in alcuni casi specifici mi sembra davvero sconsiderata.